La “Contemplazione della Croce di San Francesco e San Girolamo”

Occhi e mani curiose trovano una vecchia tela annerita riposta dietro un armadio della canonica. Una crosta coperta di polvere solidificata e ferita da vari buchi.
Un parroco un giorno decise di disfarsene e la nascose, ma la curiosità della sorella del parroco di oggi redime quel vecchio errore di chissà quanti anni fa.
Gli esperti la esaminano: è opera di pregio, conviene approfondire. Ed ecco la conferma attestata dalla firma rinvenuta in basso, scritta in maiuscolo sulla borraccia ai piedi di San Francesco: Iacopo Ligozzi faceva 1612.

La tela fu rinvenuta diversi anni fa nella Chiesa di Sant’Andrea in Percussina, borgo alle porte di San Casciano in Val di Pesa. A due passi c’è l’osteria dove Niccolò Machiavelli, in esilio nella sua villa lì di fronte, ogni giorno dopo il sobrio pranzo andava ad ingaglioffarsi con un mugnaio, un beccaio e due fornaciai giocando a tric e trac “e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano“, come dice lui stesso nella lettera all’amico Francesco Vettori, per l’appunto cinquecento anni fa (Dicembre 1513; la tela del Ligozzi ancora non c’era, e neppure c’era ancora il Ligozzi, ma la chiesa sì, lì a due passi.
Ma è da dubitare che messer Niccolò vi mettesse piede).

Il lungo restauro effettuato con risorse reperite dalla parrocchia si è concluso ed ecco la tela che ti rapisce con i suoi colori brillanti e decisi. Colpisce il contorno, perché il cuore del quadro apparentemente manca.

Al centro una sottile croce, quasi stilizzata, in alto due angeli, uno per lato, e, in basso, San Francesco a sinistra e San Gerolamo a destra, col cappello cardinalizio abbandonato per terra. Sullo sfondo, appare una chiesetta su uno sperone roccioso, un po’ più in basso una villa con una torretta; poi un paese in lontananza entro l’orizzonte chiuso da una catena più montuosa che collinare.
E al centro?
La croce, sì: ma quella che affiora dalla tela non è che l’alveo al quale era destinato un vero e proprio crocifisso, una scultura lignea che doveva esservi in origine applicata sopra e che è andata perduta. La scultura sul quadro non c’è più.
Tuttavia la collocazione del vecchio crocifisso della chiesa – spostato, per far posto alla tela, dalla parete dell’altare maggiore ed appeso ora all’arco che divide il presbiterio dalla navata - sovviene alla mancanza, ne è anzi la proiezione per il visitatore che entra in chiesa (senza contare l’ombra che quel crocifisso, con le luci alle spalle, proietta di sé sulle pareti laterali della navata: effetto – forse non voluto, o forse sì – di grande suggestione).

Il valore artistico dell’opera del Ligozzi è ben descritto nel volumetto curato da Nicoletta Matteuzzi per l’editore Betti “Jacopo Ligozzi 1612. La scoperta ed il restauro di un’opera ‘insigne’ a Sant’Andrea in Percussina” (Siena, 2012 – collana Fili di perle). Coloro che amano l’arte anche a prescindere da una competenza specifica e quindi anche solo come apprezzamento per la bellezza comunque essa si esprima, troveranno appagamento nella contemplazione della ritrovata tela, che attrae e sé l’attenzione del visitatore e se la tiene avvinta, lo spinge a scandagliare l’insieme del dipinto nella sua mistica espressività e nei particolari, compresi quelli più profani dello sfondo.

Jacopo Ligozzi, veronese, fu un artista che giunse a Firenze, alla corte di Francesco I, nella seconda metà del cinquecento e nei suoi numerosi anni fiorentini (morì quasi ottantenne nel 1626) ebbe modo di assolvere anche a committenze private, tra le quali vi fu anche questa contemplazione della Croce.

Riferisce Nicoletta Matteuzzi nel citato volumetto che committente fu la famiglia fiorentina Michelozzi, la quale possedeva la villa – un tempo anch’essa di proprietà dei Machiavelli – che si incontra salendo la strada degli Scopeti prima di giungere a Sant’Andrea (villa chiamata, nel tempo, Vallassi, Fenzi, Bandini ed ora sede di una comunità religiosa orientaleggiante).
La tela sarebbe stata commissionata per l’oratorio della villa ed in seguito avrebbe subito varie peregrinazioni, sempre in zona, fino ad andare a nascondersi dietro l’armadio della canonica di Sant’Andrea in Percussina.
Poiché, come dice il Carocci (“Il Comune di San Casciano in Val di Pesa – A. Forni Editore), la villa già dei Michelozzi passò ai Pucci nel 1715 e questa famiglia molto la abbellì edificandovi anche una cappella, può darsi che il primo spostamento della tela sia stato in loco, dall’oratorio dei Michelozzi alla cappella dei Pucci.
Non sono stati invece riscontrati elementi che possano far pensare ad una collocazione dell’opera nelle chiese della zona: Sant’Andrea in Percussina e Santa Maria a Casavecchia.
Si dovrebbe quindi pensare che la tela un certo giorno sia stata fatta sloggiare dalla villa Michelozzi-Pucci-Fenzi per essere consegnata all’ignaro parroco pro-tempore di Sant’Andrea, il quale, avendo già occupate le pareti della Chiesa, l’abbia riposta dietro un armadio.
Improbabile, certo. Forse studi più approfonditi ci diranno che l’opera del Ligozzi è stata un tempo proprio dove ora è stata ricollocata, oppure nella vicinissima Chiesa di Santa Maria a Casavecchia; qui però più difficilmente, perché l’altare maggiore già dalla metà del cinquecento e fino a pochi anni fa era occupato dalla grande pala invetriata di stile robbiano ora conservata presso il Museo d’arte sacra di San Casciano.
Ma perché escludere che la tela fosse già stata nella chiesa di Sant’Andrea?
Il Carocci (op. cit.) nel descrivere la chiesa ai suoi tempi, ci riferisce che “Ai tre altari sono delle pitture del XVII secolo” (anche la tela del Ligozzi è del XVII secolo) e poi: ”Più importante e degna di particolare osservazione è la tavola  dell’altare a destra che raffigura la Presentazione al tempio e che rammenta la maniera di Alessandro Allori”. Allori: artista fiorentino di poco più anziano del Ligozzi, morto nel 1607. Il Carocci non citava – perchè le riteneva meno importanti – le altre due pitture, anch’esse del XVII secolo, quella sopra l’altare maggiore (che non c’è più) e quella sopra l’altare di sinistra. Invece la “Presentazione” è ancora al suo posto, sull’altare di destra. Forse ciò è dovuto al fatto che Alessandro Allori è artista che anche all’epoca del Carocci – che scriveva sul finire dell’ottocento - godeva  di maggior fama rispetto al Ligozzi.
Nel libretto della Matteuzzi si dice che la tela sull’altare principale rappresentava Sant’Andrea, mentre ancora oggi vediamo sull’altare a sinistra un affresco ormai sbiadito ed incompleto che raffigura San Pietro martire e Sant’Antonio da Padova. La presenza di queste tre pitture trova riscontro nelle ricognizioni effettuate in occasione delle visite pastorali del 1833 e del 1914, citate dall’autrice.
Questi riferimenti, se confermati, escluderebbero quindi una presenza della tela del Ligozzi dopo il 1833 e prima del 1914.  Però, perché escludere a priori che la tela del Ligozzi fosse stata collocata nella Chiesa di Sant’Andrea dopo il 1914, e poi rimossa? O che vi fosse stata prima del 1833 per essere poi sostituita – messa dietro l’armadio –  con una di quelle viste ma non descritte dal Carocci a fine ottocento?
Del resto una pittura di quelle dimensioni difficilmente poteva trovar posto in piccoli oratori o in residenze private. Ed è ancor più difficile che l’opera fosse pervenuta alla Chiesa di Sant’Andrea (dove indubitabilmente è giunta, visto che vi è stata ritrovata) solo per essere subito nascosta dietro un armadio. Lo stesso attuale parroco di Sant’Andrea – don Andrea Bigalli, fratello della scopritrice – nella sua prefazione al libretto della Matteuzzi, parla di una ricollocazione “in quella che presumibilmente è la sua collocazione originaria”.

Anche il paesaggio dello sfondo si presta ad interessanti analisi, logistiche più che artistiche. E’ evidente che la chiesetta che sta appollaiata sul picco roccioso è quella di Santa Maria a Casavecchia (da una decina d’anni chiusa al culto). Infatti l’immagine raffigurata dal Ligozzi corrisponde quasi perfettamente alla costruzione attuale, salvo il contorno superiore della facciata, ora più semplice. Per il resto è tutto uguale: il campanile a vela, la canonica sul fianco sinistro, la struttura complessiva, il rapporto delle dimensioni. La villa che si vede in basso tra la base della croce e il mantello di San Gerolamo potrebbe essere, secondo Nicoletta Matteuzzi, la stessa villa dei Michelozzi (ora Villa Vrindavna), anche se non ne ricorda la struttura (del resto fu successivamente abbellita dai Pucci). Però, sulla tela, l’ubicazione rispetto alla chiesa non corrisponderebbe a quella reale. In effetti capita spesso che la collocazione pittorica di parti del territorio non rispetti la realtà e che queste parti – anche quando sono reali – vadano piuttosto a “decorare” uno sfondo nel rispetto soltanto dei criteri artistici dell’autore.
Tuttavia, una villa alle spalle della Chiesa di Casavecchia è tutt’oggi per l’appunto lì, oltrepassata la strada principale, e non è quella dei Michelozzi. Infatti, proprio di fronte allo stradello che viene da Casavecchia si inizia un vialino che conduce – in linea retta rispetto alla chiesetta – proprio all’attuale villa Casavecchia. Questa costruzione attuale effettivamente non appare molto simile a quella raffigurata dal Ligozzi, ma nella sua parte più antica e nascosta conserva ancora una torretta che potrebbe essere quella che si vede sulla tela. Non è quindi improbabile, per la corrispondenza logistica ed il richiamo della torretta, che il Ligozzi abbia proprio raffigurato Villa Casavecchia alle spalle della Chiesa di Santa Maria a Casavecchia. Per le dimensioni, non sarebbe però da escludere del tutto che si trattasse invece della grande costruzione che si erge tra Spedaletto e Sant’Andrea, sulla destra andando verso Firenze (nell’interno, di fronte all’incrocio di via degli Scopeti con la strada per Faltignano), anche se la prospettiva rispetto a Casavecchia in questo caso sarebbe invertita. La vista di questa villa dal poggio del Salceto, a Montecapri, in effetti ricorda abbastanza quella della tela.

Il paese che si intravede sotto le braccia di San Francesco e a sinistra della Chiesa potrebbe essere San Casciano, se si rispetta la realtà geografica e la posizione del campanile della chiesa (l’attuale propositura) rispetto al vicino Cassero, tuttora esistente. Più difficile, invece, che si tratti di Sant’Andrea in Percussina (potrebbe esserlo solo in omaggio ai committenti), sia per l’estensione, sia per l’ubicazione rispetto a Casavecchia. Se è vera la prima ipotesi (San Casciano) il ponticello che si vede in basso potrebbe essere quello dei Falciani, che è per l’appunto davanti ed in basso rispetto all’attuale facciata della chiesa, che guarda la valle della Greve. Nell’ipotesi che il paese sia Sant’Andrea, allora il ponte sarebbe quello degli Scopeti , come suggerisce la Matteuzzi (però a geografia invertita).

Più intrigante è un altro elemento dello sfondo. Lo sperone roccioso che il Ligozzi raffigura sotto il gomito destro di San Gerolamo non appartiene al paesaggio di quella zona, caratterizzato da colline di più dolce andamento.
Se lo si guarda bene, quel picco può ricordare il sasso della Verna che, secondo alcuni, fu raffigurato nella Cappella Sistina  da Michelangelo per lo sfondo della scena di Adamo che, sollevandosi da una roccia, riceve la vita dal tocco di Dio. Qui forse si lavora troppo di fantasia, ma non è irrilevante considerare che il Ligozzi era stato attivo in Casentino – ed anche a Bibbiena, a due passi dalla Verna francescana – pochi anni prima di realizzare la tela per i Michelozzi, la quale, oltre a San Gerolamo, raffigura proprio San Francesco.

La “Contemplazione della Croce di San Francesco e San Girolamo” restaurato per volontà e a spese della parrocchia di Sant’Andrea in Percussina da “L’Atelier snc”, è stata restituita alla popolazione l’11 dicembre 2012 da Don Andrea Bigalli alla presenza dell’Arcivescovo di Firenze Cardinale Giuseppe Betori, in una chiesa gremita nonostante il piovigginoso martedì invernale.

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