9 feb 2019 :: Gruppo adulti :: promemoria dell’incontro

Incontro del 9 febbraio 2019

Presenti: Marisa, Claudio, Laura, Ubaldo, Augusta, Francesca, Carla, Giovanna, Laura, Franco, Cristina.

La riflessione di oggi si concentrerà sull’identità cristiana, per poi affrontare l’autenticità cristiana nei prossimi incontri.

Gesù ha vissuto appieno il suo tempo, nella Palestina dominata dai Romani ed è stato ucciso come nemico della religione e della politica che caratterizzavano quella terra e quell’epoca.
Una realtà culturale in cui, fra le altre cose, le donne e i bambini non godevano di nessuna considerazione. Infatti, quando una donna accompagna dei bambini vicino a Gesù, gli Apostoli li allontanano. Ma Gesù dice: ”Lasciate che i bambini vengano a me”. Al Catechismo una bimba ha commentato, con profonda comprensione: “Per Gesù i bambini sono preziosi”.

Come Gesù, anche noi dobbiamo vivere pienamente il nostro tempo; dobbiamo vivere la nostra identità cristiana nel nostro tempo.

Per fare ciò dobbiamo innanzitutto porci una domanda fondamentale: in quale tempo storico viviamo? Le risposte sono varie ed articolate: viviamo un tempo faticoso;un tempo caratterizzato dalla perdita di valori come l’autenticità, il guardarsi negli occhi, la stretta di mano; si recita una parte per essere all’altezza delle aspettative di una società in cui bisogna essere belli ricchi efficienti; un tempo di immagine e di maleducazione; di mancanza di rispetto dell’ambiente; un tempo bello-non bello come tutti gli altri, dipende da come noi lo viviamo, dalla nostra età, la nostra percezione: è un tempo normale; è un tempo in cui si vivono le incertezze: i conflitti e il terrorismo del passato per una certa fascia di età erano lontani, ora invece la sofferenza ci colpisce molto; è un tempo non dell’uomo ma della tecnologia, dell’immediato, della corsa, del non soffermarsi sul rapporto con le persone; un tempo in cui c’è poca speranza e molta arroganza; un tempo di complessità, nel quale le questioni sono talmente grandi che non è facile individuare delle soluzioni e in cui una preoccupazione significativa è rappresentata dalla corruzione; è un tempo in cui è sempre più difficile essere sognatori di fronte a persone egoiste e cattive che sopraffanno tutte le persone buone, che comunque ci sono: il Male è più forte del Bene; un tempo di turbolenze, in cui l’atteggiamento dei Cristiani va dal risentimento, all’indignazione, alle lamentele.

Nell’esercizio istituzionale -dai governanti, agli insegnanti, ai medici- c’è la tendenza a rintanarsi nella tradizione, nel “nostro mondo”: gli psichiatri preferiscono usare i farmaci, gli insegnanti preferiscono rifugiarsi nei programmi e nelle punizioni. La differenza culturale viene colpevolizzata per trovare capri espiatori come responsabili del disagio che viviamo. Si sente il pericolo della diversità e ci si illude di sistemare ciò che non torna con soluzioni che sembrano appaganti. Il pronome “noi”, non ha più un significato solidaristico e comunitario, ma diventa indicazione di una supposta identità -linguistica, culturale, religiosa- (v. Paglia, “Il crollo del noi”, Laterza 2017) in contrapposizione ad un “loro” che sta ad indicare quelli diversi da noi per lingua, cultura, religione, che ci spaventano.

La complessità indica un insieme intricato di pensieri, vite e idee. Dobbiamo imparare a fronteggiare la complessità, invece ci si rifiuta di comprenderla e si tenta di evitarla. Così facendo si lascia che la rabbia prenda il sopravvento.
Bisogna provare ad accettare la complessità e capirla, non perché siamo intellettuali ma perché siamo cristiani.

L’identità cristiana è sempre stata vissuta come qualcosa di definito e capace di definirsi, mettendoci dalla parte dei “buoni”. Dicendo “noi” ci sentiamo appartenenti alla Chiesa e quindi detentori del Bene. Ma questo è un errore che molti commettono. Non si può costringere l’esperienza religiosa dentro un angusto mondo culturale: “Cristo è l’immagine del Divino che si riflette sull’umano, che contrae i suoi orizzonti e si fa storia e biografia allontanandosi dall’eterno e dall’infinito” (S. Quinzio, “La tenerezza di Dio”, Liberalsentieri 1997).

La nostra sensibilità si è formata attraverso l’educazione ricevuta durante l’infanzia, con la vita che abbiamo vissuto e le sue esperienze, con la scoperta di essere pensati da Dio. Nel cammino di fede ognuno ha un suo rapporto con Dio, fatto di reciprocità, che dà senso alla nostra vita e la fa crescere.

Noi uomini siamo la mano di Dio, siamo noi che portiamo dentro l’immagine di Dio. Lui però ci lascia liberi e quindi ci comportiamo anche in maniera sbagliata: basta vedere tutto ciò che di brutto ci circonda.

Non ci sono risposte immediate alla complessità e forse è necessario porci degli interrogativi che ci smuovano dalle false certezze. Eliezer Wiesel fa un lungo ripensamento sulla sua fede nel libro “Credere o non credere?” (La Giuntina 1986).
Dobbiamo ripartire dalle questioni dell’oggi che sono alla radice del pluralismo, delle differenze, delle molteplicità dei mondi e delle persone. Dobbiamo dedicare del tempo a queste complessità e fare l’esperienza del limite, del parziale, del relativo.

E’ il tempo delle difficoltà, dell’impossibilità a pronunciare parole precise su tutto. Forse è il tempo del silenzio.

Ma il silenzio è anche negativo, non produce benefici, è il silenzio che ha permesso i campi di sterminio. Deve essere invece il tempo della denuncia, altrimenti, col silenzio, tutti hanno il permesso di fare ciò che vogliono di negativo e di ingiusto.

Si tratta di un altro silenzio, non del silenzio dell’indifferenza, ma del silenzio che guarda al mondo non più come separazione, ma come comunione. E’ un silenzio generativo. Non è facile. Ma ci deve essere sempre la speranza: Dio è morto ma poi è risorto.

Dobbiamo essere consapevoli che viviamo in un mondo in cui non c’è amore e noi dobbiamo agire portando amore, sapendo che possiamo solo fare quotidianamente piccoli gesti. Nel proprio piccolo ognuno deve fare quello che può: dobbiamo assolutamente trovare quello che siamo chiamati a fare. E nel silenzio possiamo guardare al mondo nel quale dobbiamo portare amore.

Tutte le religioni dovrebbero confrontarsi tra loro ed abbandonare, ciascuna, la prospettiva di reputarsi l’unica ad essere nel giusto, come ci sta insegnando Papa Francesco. E ciascuno di noi deve porsi alcune domande: quanto sono condizionato dalla mia cultura? Quanto confondo l’assolutezza di Dio con la parzialità della mia esistenza? Quanto devo riconiugare la mia fede al vero assoluto che è il volto dell’altro, il quale, nella sua essenza, è simile al mio?

Una riscoperta che permette di sperimentare la parzialità di ogni prospettiva e di aprirsi all’assolutezza dell’essere umano: nelle differenze, nel relativo delle peculiarità ma identicamente umani. Riscoprirci uniti, ma anche diversi, solidali, capaci di attraversare l’esistenza senza avere la paura come alibi. senza sentirci superiori mentre si predica l’uguaglianza.

“Credo in Dio e nell’uomo
quale immagine di Dio.
Credo negli uomini
nel loro pensiero,
nella loro sterminata fatica
che ha fatto quello che sono.
Credo nella vita
come gioia e come durata:
non prestito effimero dominato
dalla morte, ma dono definitivo.
Credo nella gioia,
la gioia di ogni stagione,
di ogni tappa, di ogni aurora,
di ogni tramonto, di ogni volto
di ogni raggio di luce che parta
dal cervello, dai sensi, dal cuore.
Credo nella gioia dell’amicizia
nella fedeltà e nella parola
degli uomini.”

P. Giulio Bevilacqua

E’ consigliata la lettura dell’ “Imitazione di Cristo e sequela di Gesù” di Leonard