15 dic 2018 :: Gruppo adulti :: promemoria dell’incontro

Incontro del 15 dicembre 2018

Presenti: Giovanna, M. Teresa, Maria, Claudio, Mauro, Maria, Laura, Augusto, Ubaldo, Francesca, Carla, Marisa, Franco, Nicoletta, Cristina.

Iniziamo il nuovo ciclo con la riflessione sulla umanizzazione di Dio, che è un argomento trattato anche con i bambini del Catechismo.

Ai nostri giorni assistiamo ad una progressiva disumanizzazione nei rapporti in famiglia, sul lavoro, nella società in cui viviamo. In qualità di Cristiani dobbiamo riportare questi rapporti ad un livello umano.

Partiamo dal Vangelo di Giovanni nel punto in cui troviamo Gesù processato dai rappresentanti dell’Impero romano, quindi dal potere laico, e non dalle autorità religiose. Quest’ultime lo avevano condannato come bestemmiatore e malfattore, ma non potevano condannarlo a morte e quindi lo passano alle autorità laiche: da Caifa a Pilato. Quando Gesù viene chiamato “Re dei Giudei”, cioè il Messia, gli Ebrei lo portano davanti a Pilato, che non era interessato a questioni religiose, ma soltanto politiche.
Gesù ha parlato e rivelato che veniva da Dio. Questa rivelazione dell’umanità di Dio non poteva essere accettata dagli Ebrei per motivi culturali, pertanto la morte di Gesù era già segnata.
Questa umanizzazione non ha a che fare con la sofferenza, ma con il senso della vita.

Dopo aver letto il passaggio “….lo portarono da Caifa a Pilato………….ecco l’uomo”, ci siamo interrogati sul significato dell’affermazione “ecce homo”.

Pilato presenta una persona ferita, umiliata, in tutta la sua debolezza, e avrebbe fatto a meno di condannarlo; infatti tenta di sostituirlo con Barabba, brigante e zelota, ma le autorità ebraiche vogliono Gesù, perché non si allineava al Vecchio Testamento -codice di leggi- e introduceva, invece, l’umanizzazione di Dio: il Nuovo Testamento.

Nel Prologo di Giovanni sta scritto: “In principio era il Verbo”. Il Dio dell’Ebraismo non si raffigura, è lontano, distante dall’uomo, non ha niente a che fare con l’umano. E’ lo stesso Dio dell’Islamismo.
Pilato invece afferma: “Ecco l’uomo” e, quando Gesù muore, il Centurione, un pagano, dice: “Questo era veramente il figlio di Dio”. Lo stesso uomo viene riconosciuto come figlio di Dio.

Giovanni scrive: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio…….era la luce vera che viene nel mondo……..e il Verbo si fece carne e dimorò tra noi…..”. Con queste parole Giovanni testimonia la sua fede.

Pilato ci dice che quella persona così sofferente è l’uomo. Ma con “Ecco l’uomo”, Pilato vuole anche dire: “Non è quello che pensate voi. E’ soltanto uomo”. E noi aggiungiamo che è Dio: Dio vuole rivelarsi attraverso l’uomo.

“Ecce homo”: è l’uomo come Dio l’ha pensato, l’ha voluto; è il nuovo Adamo; è l’uomo che ha avuto la sua pienezza di umanità e la sua realizzazione in Gesù di Nazareth. La nostra fede cristiana sta proprio in questo: che noi sappiamo com’è l’uomo che Dio ha voluto; sappiamo che Dio è voluto essere in Gesù Cristo, perché, come ci dice Paolo, è in Gesù Cristo che ha abitato corporalmente la vita divina.

E’ il paradosso cristiano: il Verbo si è fatto carne.
Non dice neanche “corpo”, dice “carne”, a indicare la nostra condizione di fragilità, la nostra condizione mortale.
Dio, in Gesù Cristo, ha vissuto dal di dentro l’esperienza umana, facendo avvenire in sé l’alterità dell’uomo.

Cos’è la corporeità? E’ carne, sono i cinque sensi i comportamenti, gli atteggiamenti, gli sguardi, gli abbracci, la forza, il pianto, i sorrisi, la fragilità della malattia, della stanchezza: siamo corpo che comunica. C’è poi il linguaggio: le parole di incoraggiamento, di rimprovero, di progetti, di lode. Corporeità è anche emozioni: la paura, la rabbia, lo sdegno, la tenerezza, la gioia, il senso di impotenza.
Gesù ha vissuto tutto questo: lo sdegno, le invettive profetiche di quando si rivolge a sua madre che lo rimprovera perché si è allontanato ed è rimasto a parlare con i sacerdoti nel tempio, quando aveva dodici anni.
Ci siamo domandati se Gesù abbia imparato i comportamenti dalla sua famiglia o se dentro di sé già sapesse tante cose. Lui aveva una guida interna come tutti noi che abbiamo lo spirito di Dio, ma ne aveva la consapevolezza? Sicuramente era al pari di un ragazzino di 12 anni che anche oggi contesta la madre dicendo che non va bene quando lei è convinta del contrario. Dentro di noi abbiamo quella che si chiama “la visione del mondo giusto”. E anche Gesù ha visto delle cose che non andavano bene e ha sentito che dovevano cambiare.
Gesù non sapeva tutto fin dall’inizio. Che cosa ha fatto dai 12 ai 30 anni se non cercare di diventare adulto e capire che cos’è il bene e il male? Come noi. Dopodiché dobbiamo decidere cosa fare. Cioè amare.
Ognuno di noi potrebbe essere un Gesù. Anche noi, dopo il Battesimo, la Comunione e la Cresima abbiamo qualcosa in più, come Gesù aveva qualcosa in più, soltanto che noi facciamo finta di nulla.
L’importante è domandarsi a che punto siamo della nostra ricerca. Se continuiamo a cercare e chiediamo di capire, capiremo e sapremo come fare a riconoscere Gesù.
E’ chiaro che Lui aveva una marcia in più, però se l’è sudata: è morto. Ma poi è risorto. Però come noi anche Lui ha avuto le tentazioni e si è isolato nel deserto per prendere decisioni enormi.

Per noi è difficile sentirci figli di Dio.
I bimbi del catechismo, alla domanda “Voi siete figli del babbo e della mamma, o anche figli di Dio?”, hanno risposto tutti che sono anche figli di Dio. Per noi adulti, invece, è più difficile, ma la nostra vita si rispecchia nella vita di Gesù.

Ci siamo poi domandati cosa voglia dire “autenticità cristiana”.

“Autenticità” significa essere in contatto con se stessi, non essere condizionati da altri; l’autenticità passa dalla scoperta che siamo liberi di essere noi stessi. Gesù ha dimostrato, fino a dare la propria vita, la libertà di essere se stesso.
Nella nostra vita quotidiana è difficile essere autentici Cristiani, siamo in conflitto e dobbiamo agire un compromesso, ma la comprensione della libertà interiore è necessaria: se non ne siamo consapevoli siamo delle pedine, se invece ne siamo consapevoli siamo già fuori dalla gabbia.

“Autenticità” non è una parole, è una condizione di pensiero.

Le riflessioni sull’autenticità ci hanno portato a considerare la cultura in cui viviamo che è la cultura borghese, basata sul profitto e il tornaconto personale. Però, guardando la Storia, i regimi fascista e nazista si scagliavano contro la borghesia che promuoveva i diritti civili. Più che di cultura borghese, si potrebbe parlare di cultura esclusiva.
La cultura borghese ha ovviamente aspetti positivi, ma lo stile di vita borghese, in senso emblematico -in quanto portatore del valore del denaro come obiettivo da raggiungere- è in contrapposizione allo spirito cristiano.

Cercare Dio è mettersi in discussione. Di fronte alla percezione dei nostri limiti, significa scoprire l’umiltà, sentirsi un pezzettino piccolo di un insieme gigantesco. Solo così troveremo il senso della nostra vita. Cercare Dio, il Dio unico di cui Papa Francesco è portavoce, che chiede di andare oltre le differenti religioni. Noi che siamo stati educati ad un Dio lontano, “essere perfettissimo creatore del cielo e della terra”, possiamo intravedere qualcosa di quel Dio che non abbiamo mai visto e che non possiamo vedere nella Sua umanizzazione in Gesù, perché manifestando la Sua umanità ha aperto delle finestre attraverso le quali noi possiamo percepire, cogliere la Rivelazione del Divino.
Walter Kaspers: “L’umano è il punto naturale di inserzione della fede.”

Prossimo incontro 12 gennaio ore 15

Leggere il Vangelo di Giovanni