10 dic 2016 :: Gruppo adulti :: promemoria dell’incontro

Verbale n. 3 del 10 Dicembre 2016

Presenti: Ubaldo, Francesca, Carla, Giovanna, Franco, Laura, Claudio, Mauro, Domenica, Cristina.

Si inizia condividendo le riflessioni personali scaturite dalla lettura individuale di Matteo 5-6-7.
- In queste pagine si rintraccia il filo conduttore dei nostri precedenti incontri: 1) riconoscere le nostre qualità e potenzialità; avere stima di sé, quando in Matteo 5 si legge : “voi siete il sale della Terra, voi siete la luce del mondo”; 2) esaminare i propri comportamenti, individuare i propri lati negativi e lavorarci sopra per conoscersi meglio e migliorarsi quando, sempre in Matteo troviamo scritto: “….se il tuo occhio destro…cavalo”, “..se la tua mano destra…. tagliala”, “…..la pagliuzza nell’occhio dell’altro…la trave nel tuo occhio” ; 3) dopo il lavoro su di noi ci possiamo rivolgere all’altro, con un salto di qualità che differenzia il Cristiano (Matteo 7); 4) riconoscendo la necessità di essere umili, in intimità con Dio, fedeli a Lui e abbandonandosi a Lui con la più totale fiducia (Matteo 6 e 7).
Seguendo gli insegnamenti di Gesù, e stando in stretta comunione con Lui, siamo più forti, siamo la casa costruita sulla roccia.

- Viene sottolineata la necessità di essere autentici.

- Il messaggio è di essere belli, fieri; ci suggerisce di trasformare le difficoltà in opportunità.

- C’è l’invito alla tolleranza verso gli altri e un po’ meno verso se stessi; ad andare oltre se stessi e a migliorarsi.

- Siamo di fronte al contrasto tra Bene e Male, tra ciò che uno appare e ciò che è veramente; alla necessità di spogliarsi di tutto per andare incontro agli altri. Gesù ci vuole mettere alla prova.

Viviamo in situazioni di lavoro e di famiglia che ci portano ad essere distratti rispetto a noi stessi e quindi raramente ci interroghiamo su chi siamo davvero e su come ci poniamo di fronte alla vita.

A conclusione degli incontri sul voler bene a se stessi, ci soffermiamo sul significato della parola “benevolenza”.

La “bene-volenza” è un atteggiamento mentale cui corrispondono azioni visibili.

“Voler bene” non è un fatto naturale, sia nei propri confronti che rivolto verso gli altri e spesso lo si confonde con il “bisogno” di voler bene, per sentirsi a posto.

La benevolenza originaria è quella di Dio:
“Gustate e vedete quanto è buono il Signore” (Salmo 34,8)
“Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia” (Salmo 105,1)
Gesù rivela la benevolenza del Padre e chiama “soave” il suo giogo (Matteo 11,30)
Timoteo 3-4-6 (la lettura del giorno di Natale)
“Il Padre è benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Luca 6,35)
“Diventate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonatevi a vicenda come Dio ha perdonato voi in Cristo” (Efesini 4,32).

Se ci professiamo cristiani dobbiamo riflettere sul significato di benevolenza.

Voler bene implica:
amore (che dà pace, gioia), gentilezza, empatia (ospitare l’altro dentro di noi, mettersi nei panni dell’altro), attenzione, ascolto, pazienza, autenticità, generosità, perdono, compassione (con-passione), solidarietà (nel senso di relazione, di dialogo, di apertura ed accoglienza dell’altro).

Riuscire ad essere tutto ciò ci consente di avere la visione di un bene possibile, che noi possiamo realizzare negli ambiti in cui viviamo, nella nostra vita personale e, in un respiro più ampio, nel momento storico in cui viviamo.

La benevolenza è l’intuizione di un bene possibile presente in noi stessi, nell’altro, nella comunità umana, ma anche nell’inatteso e nella contraddizione. E’ immaginazione, perché permette di cogliere le potenzialità nascoste, anche nelle persone apparentemente negative, anche nelle situazioni disperate.

La benevolenza è un cambio di mentalità, è cooperazione alla salvezza.

“Ama il prossimo come te stesso” è un comandamento molto difficile e in questo i Cristiani dovrebbero distinguersi, fare la differenza. Purtroppo, molto spesso, non si nota questa differenza. Si legge il Vangelo, si dicono belle cose, ma poi nel concreto non si trova la differenza.

“….come te stesso”: il mio “me stesso” non prevede sputare in classe, alzare i banchi….perché io non faccio queste cose e quindi maggiore è la difficoltà ad accogliere ciò che non capisco.

Bisogna domandarsi: “Se fossi quell’alunna che fuma, che si droga, che si prostituisce, come mi sentirei?” Ci è chiesto di entrare nei panni degli altri, di colui che è tanto diverso da noi, ma che è uguale a noi nel bisogno di gioia, nel bisogno di amore, nel bisogno di essere accolto.
Siamo stati infelici, poco amati, arrabbiati? Allora dobbiamo ricordarci quelle emozioni.

Ciò che più preoccupa e fa paura non è la cattiveria, ma l’indifferenza. L’indifferenza è il pericolo maggiore in questo momento storico che stiamo vivendo.

Si è benevolenti o ci si comporta da benevolenti? Esiste la benevolenza assoluta?
Sì esiste.
Però è molto difficile essere benevolenti in certi ambienti, per esempio quello lavorativo, dove c’è competizione, diffidenza, sospetto e a volte ostilità.

“Ama il prossimo come te stesso”: a volte si può banalizzare. Voglio il bene di mia figlia e allora la porto via dalla classe in cui c’è una situazione conflittuale, senza domandarmi se forse il suo bene non sia proprio passare attraverso il conflitto, l’umiliazione e lo scontro.

Dobbiamo aprire il cervello ed il cuore ad un “oltre” di cui siamo responsabili.

Bisogna poi essere benevoli con se stessi.

La benevolenza verso se stessi permette di essere bene-volenti verso gli altri. Chi non è capace di uno sguardo buono verso se stesso non può essere veramente buono per gli altri, anche se realizza cose buone, utili ed efficaci.
Amare se stessi e desiderare in modo sano la propria realizzazione , significa anche compiere un lavoro di purificazione sui propri aspetti meno riusciti. Chiamiamola “riconciliazione critica”, che ha certamente un risvolto pratico e operativo, ma anche un risvolto di meditazione, il cui fine è acquisire sempre maggiore consapevolezza di sé, sia di quelle parti che tendiamo a nascondere, sia degli aspetti migliori e delle potenzialità positive che hanno bisogno di fiorire e dare frutto.
Si tratta di prendere sul serio, in modo operativo, l’immagine di Dio impressa in noi e negli altri.
E’ la ricerca del sé più autentico, cioè quello che Dio ha pensato di noi e che ci ha chiamati a realizzare.

Dobbiamo essere persone che amano la vita, che non accettano di renderla banale; persone che hanno un sano amore di sé e sanno che per donarsi è necessario possedersi.